Le torri costiere della Sardegna: origine e funzione difensiva
Le torri costiere della Sardegna nacquero come risposta alle continue incursioni piratesche che colpirono l’isola per oltre un millennio, dal 705 al 1815. Queste strutture, distribuite lungo il perimetro costiero, avevano la funzione di avvistare le flotte nemiche e coordinare la difesa del territorio. La loro presenza rappresenta una delle testimonianze storiche più importanti della lotta dei sardi contro le razzie saracene e barbaresche, e oggi costituiscono un patrimonio culturale e paesaggistico di grande valore.
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🛡️ Sistema difensivo costiero della Sardegna
Scheda operativa
🏰 Torri costiere
Presidi di avvistamento e fuoco posizionati su promontori e capi, in contatto visivo tra loro.
Funzioni: segnalazione, deterrenza, primo ingaggio.
🚶♂️ Postazioni mobili (pattuglie di terra)
- Soldati appiedati che pattugliavano gli interspazi tra una torre e l’altra.
- Compiti: ricognizione, allerta rapida, collegamento tra presidi.
Bastonatieri (sentinelle all’alba)
- Sentinelle inviate all’alba in punti prestabiliti d’osservazione.
- Etimologia: “bastoniere” da bastone lasciato sul posto dal funzionario;
riportarlo indietro provava l’avvenuto controllo. - Compiti: avvistamento precoce di imbarcazioni nemiche.
⛵ Ronde marine
- Piccole pattuglie di tre uomini che vigilavano la costa dal mare.
- Compiti: esplorazione litoranea, intercettazione di barche sospette, supporto alle torri.
🔔 Segnalazioni & codici
Comunicazioni in codice visivo e acustico: fuoco, fumo, corni, campane. Le sequenze indicavano
numero degli invasori, armamento e dimensione delle navi.
La Sardegna sempre sotto attacco
Dal Medioevo all’Età Moderna, la Sardegna visse secoli segnati dalle incursioni piratesche e barbaresche che devastavano i villaggi costieri e minacciavano i commerci marittimi. Per contrastare questa piaga, tutti i dominatori che si sono succeduti sull’isola – Bizantini, Pisani, Aragonesi e infine i Savoia – costruirono e potenziarono le torri costiere della Sardegna, dando vita a un sistema difensivo capillare che ancora oggi caratterizza il paesaggio costiero sardo.
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Tutti i dominatori tentarono di difendere la Sardegna
Nel corso dei secoli, i Bizantini, i Giudicati, le Repubbliche marinare di Pisa e Genova e, soprattutto, la Corona di Spagna, svilupparono un vasto programma di difesa con la costruzione delle torri costiere della Sardegna. Queste strutture divennero parte integrante del sistema militare isolano fino al 1815, anno dell’ultima incursione barbaresca e del Congresso di Vienna. Anche dopo la loro ufficiale dismissione, molte torri furono rivalutate e riutilizzate in chiave civilistica, diventando punti di riferimento per la navigazione, la pesca e l’organizzazione delle comunità costiere.

I Bizantini spianarono le porte al disastro
Dopo la caduta dell’Impero Romano, la Sardegna entrò a far parte dell’Impero Bizantino, ma fu presto lasciata in una condizione di abbandono politico e militare. La mancanza di un’adeguata amministrazione e di presidi difensivi solidi rese l’isola estremamente vulnerabile. Già nel 705, in piena dominazione bizantina, si registrarono le prime incursioni arabe sulle coste sarde: scorrerie improvvise che devastarono villaggi, razziarono beni e deportarono in schiavitù parte della popolazione.
Questi attacchi segnarono l’inizio di una piaga destinata a durare per secoli e che condizionò profondamente lo sviluppo economico, politico e culturale dell’isola. Fu proprio come risposta a tale minaccia che, nei secoli successivi, nacque e si consolidò il sistema delle torri costiere della Sardegna, destinato a diventare uno dei più estesi e capillari del Mediterraneo.


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Torri costiere della Sardegna: una storia plurisecolare
La costruzione delle torri costiere della Sardegna è una vicenda che si sviluppa lungo diversi secoli, con origini già in epoca bizantina. L’impero, pur reagendo in ritardo alle incursioni arabe, avviò la realizzazione dei primi presidi difensivi. Questa tecnologia fu poi ripresa e perfezionata da tutti i dominatori che si succedettero sull’isola.
I Giudicati e le Repubbliche marinare
Gli stati giudicali sardi (Torres, Cagliari, Gallura e Arborea), attivi tra l’VIII e il XV secolo, furono i primi a consolidare un vero sistema di torri con funzione di avvistamento. Successivamente, i Pisani e i Genovesi — grandi potenze marittime del Mediterraneo — rafforzarono la rete costiera per proteggere rotte commerciali e approdi strategici.
Il sistema spagnolo di fortificazione
Fu però con la Corona di Spagna che la Sardegna venne dotata di un piano organico di difesa. Nel 1572, l’isola fu inclusa nella celebre Relaciòn de todas las costas maritimas del Reyno de Cerdena y de los lugares donde se deven hazer las torres y atalayas. Questo progetto, che comprendeva anche la Spagna e l’Italia meridionale, prevedeva un rafforzamento capillare del sistema di torri e atalayas per contrastare gli assalti barbareschi.
Le Torri costiere della Sardegna e le incursioni barbaresche dall’Africa
Dopo la cacciata dei Mori dalla Spagna (1502), le coste del Nord Africa, in particolare Algeri, divennero la principale base di partenza delle incursioni piratesche. Grazie a nuove tecnologie navali e all’abilità dei marinai, le razzie divennero sempre più frequenti e devastanti, colpendo le comunità costiere sarde con rapidità impressionante.
Il saccheggio di Quartu, Pirri e Quartucciu
La Sardegna distava appena un giorno di navigazione a vela dall’Africa, se i venti erano favorevoli, e ciò la rese un bersaglio privilegiato. L’episodio decisivo fu il saccheggio dei villaggi di Quartu Sant’Elena, Quartucciu e Pirri nel 1582, che spinse il re Filippo II di Spagna ad avviare un piano difensivo sistematico.
La Reale Amministrazione delle Torri
A Cagliari fu istituita la Reale Amministrazione delle Torri, con il compito di coordinare il sistema difensivo: definire l’ubicazione delle torri, gestire le risorse economiche, organizzare il personale civile e militare e realizzare nuove strutture in base alle esigenze. Grazie a questo programma, la rete delle torri costiere della Sardegna arrivò a contare oltre un centinaio di presidi, che pur non eliminando del tutto la minaccia, riuscirono ad arginarla e a garantire maggiore sicurezza alle popolazioni locali.

L’abolizione della schiavitù e la fine della pirateria
Per secoli le coste sarde furono tormentate dalle incursioni barbaresche, e le torri costiere della Sardegna, pur preziose, non riuscirono mai a eliminare del tutto la minaccia. Bisognò attendere il XVII secolo e i nuovi equilibri geopolitici perché l’incubo iniziasse a svanire. La svolta definitiva arrivò nel 1815, quando Inghilterra e Russia costrinsero i bey di Tunisi, Tripoli e Algeri ad accettare i dettami del Congresso di Vienna, che sanciva l’abolizione della schiavitù e, di conseguenza, della pirateria nel Mediterraneo. Quell’anno coincise con l’ultima incursione barbaresca in Sardegna e con l’avvio della progressiva dismissione delle torri, formalizzata da Carlo Alberto di Savoia nel 1842 con un decreto che ridefiniva la difesa militare dell’isola.
La riconversione durante la Seconda Guerra Mondiale
Nonostante la loro obsolescenza, le torri costiere sarde ebbero una “seconda vita” durante la Seconda guerra mondiale. In quell’epoca furono riutilizzate come presidi doganali, avamposti militari, sedi di impianti telemetrici e punti di avvistamento ottico. Solo nel 1989, con un accordo tra Stato e Regione, si sancì la definitiva dismissione delle torri come sistema difensivo, lasciando queste strutture come testimonianze storiche e paesaggistiche.
Ubicazione e sistema di segnalazione delle torri
Le torri costiere della Sardegna furono collocate in posizioni strategiche, spesso su promontori e capi che consentivano un’ampia visuale sul mare e la comunicazione visiva con le torri adiacenti. I segnali venivano trasmessi con fuoco, fumo, corni e campane, codificati in base al numero e alla potenza degli invasori. La costa occidentale fu quella più fortificata, in particolare nei golfi di Cagliari e Asinara, e nelle aree di Oristano, Bosa e Alghero. Rimase invece scoperto il tratto tra Santa Teresa di Gallura e Siniscola, probabilmente per la scarsa presenza di centri abitati e per la vicinanza della penisola italiana, che fungeva da deterrente naturale contro le incursioni.

Il modello circolare delle torri costiere
La quasi totalità delle torri costiere della Sardegna fu edificata su pianta circolare, scelta che garantiva maggiore resistenza e praticità. Circa il 56% delle torri aveva un prospetto tronco-conico, mentre il 19% presentava una struttura cilindrica. Solo poche eccezioni si discostavano da questo modello: la torre di Porto Torres, costruita su base esagonale, e quelle di Muravera e Nurachi, realizzate su pianta quadrata.
Il modello circolare era considerato il più funzionale, poiché meglio sopportava le sollecitazioni statiche e dinamiche e riduceva l’impatto delle cannonate. Inoltre, risultava più economico da costruire: non richiedeva l’impiego di maestranze specializzate come scalpellini, e i materiali — calce, malta, sabbia e argilla — venivano reperiti facilmente in loco. Questa combinazione di efficienza difensiva e sostenibilità economica rese il modello circolare lo standard per la maggior parte delle torri sarde.

Le dimensioni delle torri aragonesi
Le torri costiere della Sardegna, costruite durante la dominazione aragonese e spagnola, si distinguevano per dimensioni e potenza di fuoco. In base alle caratteristiche, erano suddivise in tre tipologie principali:
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Torri gagliarde (grandi) → avevano un diametro di circa 17 metri e un’altezza di 14 metri. Esempi celebri sono la Torre di Calamosca a Cagliari e la Torre Grande di Oristano. Erano dotate di quattro cannoni di grosso calibro, due spingarde e cinque fucili.
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Torri senzillas (medie) → misuravano circa 13 metri di diametro e 10 metri di altezza. Tra queste rientrano le torri di Chia, Malfatano e Canai. L’armamento tipico comprendeva due cannoni di medio calibro, due spingarde e cinque fucili.
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Torrezillas (piccole) → erano strutture più modeste, con un diametro di soli 5 metri e un’altezza di 7 metri. Alcuni esempi sono la torre di Sa Mora, Sant’Elia e Lazzaretto. Erano armate con una sola spingarda e due fucili, sufficienti per respingere piccoli attacchi o segnalare pericoli.
Questa suddivisione dimostra come le torri non fossero tutte uguali, ma calibrate in base all’importanza strategica del tratto di costa da proteggere.

Le altre forme di difesa a supporto delle torri
Il sistema delle torri costiere della Sardegna non agiva da solo, ma era integrato da altre forme di difesa a terra e a mare. Negli spazi liberi tra una torre e l’altra operavano le postazioni mobili, pattuglie di soldati appiedati incaricati di sorvegliare i tratti non coperti.
Un ruolo particolare era affidato ai bastonatieri, che all’alba si recavano in punti prestabiliti per controllare l’eventuale presenza di imbarcazioni nemiche. Il nome deriva dal fatto che, in quei luoghi, un funzionario depositava un bastone: i bastonatieri lo riportavano indietro come prova dell’avvenuta ricognizione.
A completare la difesa c’erano le ronde marine, piccole pattuglie composte da tre uomini, che controllavano il litorale dal mare, garantendo una sorveglianza continua e capillare.
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Il reperimento dei fondi militari
La costruzione e la manutenzione delle torri costiere della Sardegna richiedevano ingenti risorse economiche, che la Corona spagnola reperiva attraverso l’imposizione di tasse locali. In particolare, mercanti e contadini pagavano dazi sulla commercializzazione dei prodotti, calcolati all’interno di un raggio di circa 10 chilometri dalla torre di competenza.
Tuttavia, la gestione finanziaria non era sempre trasparente: i registri contabili riportavano spesso passivi e squilibri di bilancio. Questa precarietà economica diventava motivo di pressione e ricatto da parte dell’amministrazione, che interveniva con rialzi delle tasse, riduzione delle paghe ai soldati e, nei casi peggiori, con l’abbandono di alcune torri. Un sistema fragile, che rendeva evidente quanto il peso della difesa gravasse sulle popolazioni locali.

Il turismo delle torri spagnole in Sardegna
In Sardegna sono state censite 105 torri costiere spagnole, testimonianze storiche che punteggiano il litorale dell’isola. Oggi solo il 40% delle torri è in buono stato di conservazione, mentre il 25% è andato distrutto e circa il 35% versa in condizioni precarie. Dal 2008, tredici torri sono state inserite nel Patrimonio della Conservatoria delle Coste della Sardegna, che le ha riconosciute come beni di grande valore paesaggistico e ambientale.
Negli ultimi anni, diverse amministrazioni comunali hanno avviato progetti di restauro e valorizzazione, anche grazie alla crescente attenzione dell’opinione pubblica. Le torri spagnole, oltre a rappresentare un simbolo identitario per molte comunità locali, stanno diventando una vera e propria attrazione turistica: itinerari guidati, percorsi naturalistici e pacchetti turistici includono sempre più spesso queste imponenti strutture difensive, offrendo ai visitatori un viaggio tra storia, cultura e paesaggio costiero sardo.



















