La formazione dell’ossidiana non dipende però esclusivamente dalla velocità di raffreddamento. Sono importanti anche la composizione chimica del magma, la sua viscosità e i processi di cristallizzazione. I magmi ricchi di silice sono generalmente molto viscosi e questa caratteristica può ostacolare la disposizione ordinata degli atomi necessaria alla formazione dei cristalli.
L’importanza dell’ossidiana nella storia dell’umanità, soprattutto durante la preistoria, deriva dalle sue particolari caratteristiche strutturali e funzionali. L’ossidiana è infatti un vetro vulcanico naturale che, quando viene scheggiato, presenta una tipica frattura concoide e può produrre bordi estremamente affilati. Per questo motivo fu utilizzata dalle popolazioni preistoriche per la realizzazione di lame, punte e altri strumenti da taglio.
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Ossidiana, vetro e vetro vulcanico: significato ed etimologia
Ossidiana
La parola ossidiana deriva dal latino obsidianus lapis, cioè “pietra di Obsidius”, dal nome dell’uomo che, secondo Plinio il Vecchio, avrebbe scoperto in Etiopia una pietra di questo tipo.
Vetro
Il termine vetro deriva invece dal latino vitrum e indica, dal punto di vista strutturale, un materiale solido amorfo, nel quale gli atomi non presentano l’organizzazione regolare e periodica caratteristica di una struttura cristallina.
Vetro vulcanico
L’espressione vetro vulcanico indica quindi un vetro naturale formatosi in seguito all’attività vulcanica. L’ossidiana è un vetro vulcanico perché il materiale fuso solidifica senza sviluppare una cristallizzazione significativa. Da questa particolare struttura derivano alcune delle sue caratteristiche più riconoscibili, come l’aspetto vetroso e lucido e la capacità di produrre, quando viene fratturata, bordi estremamente affilati.

I principali giacimenti di ossidiana nelle isole del Mediterraneo
Nel Mediterraneo occidentale, le quattro principali sorgenti insulari di ossidiana sfruttate durante il Neolitico si trovano in Sardegna, a Lipari, a Palmarola e a Pantelleria.
Il fatto che queste importanti sorgenti siano localizzate su isole non dipende dall’insularità in sé, ma dalla storia geologica e vulcanica del Mediterraneo. Le diverse aree sono state interessate, in epoche e contesti geodinamici differenti, da fenomeni vulcanici capaci di produrre magmi con caratteristiche favorevoli alla formazione dell’ossidiana.
Non bisogna però immaginare che Sardegna, Lipari, Palmarola e Pantelleria abbiano avuto la stessa storia vulcanica: si tratta di sistemi geologici differenti, sviluppatisi in periodi diversi nell’ambito della complessa evoluzione geodinamica del Mediterraneo.

L’ossidiana e le reti di scambio nella preistoria
La presenza di manufatti di ossidiana a centinaia di chilometri dalle rispettive sorgenti ha permesso agli archeologi di ricostruire importanti reti di approvvigionamento, scambio e circolazione tra le popolazioni preistoriche.
Grazie alle moderne analisi geochimiche è infatti possibile confrontare la composizione di un manufatto con quella delle diverse sorgenti naturali e determinarne, con notevole precisione, la provenienza.
Il ritrovamento di ossidiana proveniente da isole come Sardegna, Lipari, Palmarola e Pantelleria in siti archeologici molto lontani dimostra inoltre che già nel Neolitico esistevano collegamenti marittimi e sistemi di circolazione delle materie prime attraverso il Mediterraneo.
Le quattro grandi sorgenti insulari di ossidiana
Il Monte Arci in Sardegna
Il Monte Arci, nella Sardegna centro-occidentale, rappresenta una delle più importanti sorgenti di ossidiana del Mediterraneo preistorico. La formazione delle ossidiane del complesso vulcanico risale a circa 3,5 milioni di anni fa, molto prima naturalmente del loro sfruttamento da parte dell’uomo.
L’utilizzo dell’ossidiana del Monte Arci è documentato già nel Neolitico antico e durante il Neolitico la materia prima sarda raggiunse diverse aree del Mediterraneo occidentale, in particolare la Corsica e alcune regioni della penisola italiana.
Una caratteristica particolarmente interessante del Monte Arci è la presenza sia di giaciture primarie sia di depositi secondari. Nelle prime l’ossidiana si trova ancora nel contesto geologico nel quale si è originariamente formata; nei depositi secondari, invece, blocchi e frammenti sono stati rimossi, trasportati e ridepositati dai processi naturali di erosione.
Le popolazioni preistoriche potevano quindi reperire l’ossidiana non soltanto negli affioramenti originari, ma anche sotto forma di blocchi, frammenti e ciottoli presenti in depositi secondari, talvolta più facilmente accessibili.
Le analisi geochimiche hanno inoltre permesso di distinguere differenti tipi di ossidiana del Monte Arci. Negli studi archeometrici vengono comunemente utilizzati i gruppi SA, SB1, SB2 e SC, caratterizzati da differenti composizioni chimiche.
Questa vera e propria firma geochimica consente oggi di stabilire da quale settore del Monte Arci provenga una parte dei manufatti rinvenuti nei siti archeologici.

L’ossidiana di Palmarola
Palmarola, appartenente alle Isole Pontine, rappresenta un’altra importante sorgente di ossidiana utilizzata durante il Neolitico.
L’ossidiana di Palmarola è associata a un vulcanismo caratterizzato da lave acide di composizione riolitica. Il materiale è generalmente scuro, con tonalità comprese tra il nero e il grigio, e presenta la struttura vetrosa e la frattura concoide caratteristiche dell’ossidiana.
Le analisi geochimiche consentono di distinguere l’ossidiana di Palmarola da quella proveniente dalle altre grandi sorgenti mediterranee.
Manufatti realizzati con ossidiana di Palmarola sono stati rinvenuti anche sulla penisola italiana, dimostrando che questa piccola isola era inserita nelle reti di approvvigionamento e scambio delle comunità neolitiche.
L’ossidiana di Lipari
Lipari, nelle Isole Eolie, fu una delle più importanti sorgenti di ossidiana del Mediterraneo preistorico.
L’ossidiana liparota è generalmente nera o grigia e deriva da magmi di composizione riolitica, quindi ricchi di silice. La qualità di una parte del materiale e la sua buona attitudine alla scheggiatura contribuirono a renderla particolarmente adatta alla produzione di strumenti.
Tra le aree di approvvigionamento conosciute, una delle più importanti dal punto di vista archeologico è il Vallone del Gabellotto, dove l’ossidiana si presenta anche sotto forma di blocchi angolari. Un’altra sorgente è quella di Canneto Dentro, che risulta però essere stata sfruttata molto meno intensamente dalle popolazioni preistoriche.
L’ossidiana di Lipari conobbe una vastissima diffusione durante il Neolitico. Manufatti di origine liparota sono stati identificati in numerosi siti della penisola italiana e in altre regioni del Mediterraneo, dimostrando l’esistenza di estese reti di circolazione della materia prima.
L’ossidiana di Pantelleria
Anche Pantelleria, nel Canale di Sicilia, rappresentò un’importante sorgente di ossidiana durante la preistoria.
L’ossidiana di Pantelleria presenta una particolare composizione peralcalina, che contribuisce a distinguerla geochimicamente dalle altre grandi sorgenti mediterranee.
Una delle sue caratteristiche macroscopiche più interessanti è che alcune varietà possono presentare una colorazione verde in luce trasmessa, particolarmente evidente osservando parti sottili del materiale.
Dal punto di vista geochimico, l’ossidiana di Pantelleria presenta inoltre caratteristiche concentrazioni di diversi elementi, tra cui elementi in traccia come zirconio (Zr), niobio (Nb) e ittrio (Y). Questi elementi costituiscono importanti indicatori per distinguere geochimicamente le diverse sorgenti.
La loro presenza non deve però essere considerata, in maniera semplicistica, come la causa diretta della colorazione verde dell’ossidiana.
Attraverso tecniche di analisi geochimica è possibile confrontare la composizione di un manufatto preistorico con quella delle sorgenti naturali e stabilire se l’ossidiana utilizzata provenga da Pantelleria, Lipari, Palmarola o dal Monte Arci.
L’ossidiana come testimonianza dei contatti nel Mediterraneo
Lo studio dell’ossidiana non riguarda soltanto la geologia. Questa roccia rappresenta infatti uno dei materiali più importanti per comprendere i rapporti tra le popolazioni del Mediterraneo durante la preistoria.
Poiché ogni grande sorgente presenta una propria composizione geochimica, gli archeologi possono determinare la provenienza dei manufatti e ricostruire le direttrici lungo le quali il materiale veniva trasportato.
La presenza di ossidiana del Monte Arci in Corsica e nella penisola italiana, di ossidiana di Lipari in numerose regioni del Mediterraneo e di materiali provenienti da Palmarola e Pantelleria in siti lontani dalle rispettive sorgenti dimostra che già durante il Neolitico esistevano complesse reti di approvvigionamento e di scambio, alcune delle quali richiedevano necessariamente spostamenti via mare.
Per questo motivo l’ossidiana non è soltanto un particolare vetro vulcanico naturale, ma costituisce anche una preziosa testimonianza archeologica della capacità delle popolazioni preistoriche di navigare, comunicare e scambiare materie prime a lunga distanza.
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