L’abbazia di Nostra Signora di Paulis a Ittiri, conosciuta anche come Santa Maria di Paulis, è un edificio monastico cistercense del 1200 di cui oggi rimangono in piedi solo alcune parti relative alla navata, al transetto e ad altri spazi sotterranei. Il resto purtoppo ha subito crolli pesanti che ne hanno compromesso la funzionalità. Dal 2026 è partito un progetto di restauro e riqualificazione che, accanto al recupero architettonico e identitario dell’abbazia, dovrebbe potrare alla conversione della stessa in un museo.
Paulis = palude
Abbazia = Il termine abbazia deriva dal latino medievale abbatia, che significa letteralmente «istituzione o comunità governata da un abate». Un’abbazia è un monastero autonomo governato da un abate o da una badessa, nel quale una comunità di monaci o monache conduce una vita religiosa regolata da principi di preghiera, lavoro e disciplina comunitaria. Un’abbazia può comprendere diversi edifici e ambienti, tra cui la chiesa abbaziale, il chiostro, il dormitorio, il refettorio, la biblioteca e gli spazi destinati alle attività agricole e artigianali.
Abate = dall’aramaico abbā, che significa «padre», passato attraverso il greco abbâs e il latino ecclesiastico abbas, abbatis. L’abate è il superiore religioso che dirige una comunità monastica all’interno di un’abbazia.

L’Ordine cistercense nel nord Sardegna
L’abbazia di Nostra Signora di Paulis a Ittiri è stata fondata nel 1205 dai Benedettini Cistercensi, un ordine monastico cattolico, nato in Francia nel 1098, con l’obiettivo di recuperare uno stile di vita fedele alla Regola di San Benedetto. I cistercensi furono protagonisti della storia religiosa, economica e culturale dell’Europa medievale, contribuendo alla diffusione dell’agricoltura, alla bonifica dei territori e alla costruzione di importanti abbazie, tra cui quella di Ittiri.
Ittiri nel medioevo era denominata Ithir
Nel Medioevo, l’attuale paese di Ittiri, che si trova nel nord-ovest della Sardegna, a pochi chilometri da Sassari, in pieno Logudoro, era denominato Ithir e faceva parte del Giudicato di Torres. La circoscrizione territoriale specifica di Ithir (Ittiri) era quella di Coros.
- Guarda anche: Ittiri e il suo centro storico, tra antichi lastricati, chiese monumentali e palazzine liberty

Nostra Signora di Paulis a Ittiri
La storia dell’abbazia di Nostra Signora di Paulis a Ittiri è strettamente legata a quella del territorio e del sito in cui è sorta. Fu infatti il giudice di Torres che ai primi del 1200 affidò ai Monaci Bendettini Cistercensi il compito di bonificare l’area attorno all’antica strada romana S’Istrada de sos Padres (oggi strada provinciale 15) che allora era solo una malsana distesa di paludi ( paulis → palude).

Collegare le tre abbazie
Siamo ai confini degli attuali territori di Ittiri e Uri, caratterizzati da un paesaggio collinare con abbondante presenza di roccia sedimentaria. L’abbazia di Paulis sorse lungo il tracciato dell’antica strada romana, detta appunto S’Istrada de sos Padres (= la strada dei padri) che la collegava all’abbazia di Santa Maria di Corte a Sindia, ma anche al vicino monastero di Nostra Signora di Coros. Il collegamento, favoriva le relazioni religiose, economiche e organizzative tra le comunità monastiche.

La piroclastite per costruire l’abbazia di Paulis
I monaci sfruttarono dunque l’abbondante presenza di solida pietra locale per costruire l’abbazia di Nostra Signora di Paulis, aprendo piccole cave ed estraendo i blocchi che, sappientemente lavorati, servirono a realizzare gran parte della struttura muraria.





Lo stile architettonico romanico-cistercense dell’Abbazia di Paulis
L’Abbazia di Nostra Signora di Paulis venne progettata secondo i principi architettonici dell’ordine cistercense, che privilegiavano la semplicità delle forme, la funzionalità degli spazi e l’assenza di decorazioni eccessivamente elaborate. Le dimensioni della chiesa abbaziale tuttavia furono monumentali, con una lunghezza di circa 45 metri e una larghezza di 22 metri.
L’organizzazione degli spazi
Per la realizzazione dell’edificio vennero utilizzate varie tipologie di pietre, come detto, direttamente prelevate dal territorio circostante. Le stesse vennero sottoposte a sapienti lavorazioni, ma con lo scopo di privilegiare la semplificità e la funzionalità, dando poco spazio alle decorazioni esterne e ottimizzando così i costi economici della realizzazione finale. Secondo alcune ricostruzioni storiche, la copertura in lastre di ardesia, fu probabilmente realizzata con materiale estratto dall’Argentiera, a ben 50 chilometri di distanza, in direzione della costa nord-occidentale di Sassari.
Il risultato fu un edificio in stile romanico, costituito da un’unica aula articolata su tre navate voltate a botte. La navata centrale era collegata all’ampio transetto. Lateralmente invece si aprivano le due cappelle e in fondo il presbiterio, realizzato su pianta quadrangolare. Le pareti perimetrali furono sostenute da contrafforti e avevano apposite aperture rettangolari e strette ce permettevano l’ingresso della luce e la ventilazione degli ambienti.

La chiesa e gli spazi liturgici
L’interno della chiesa era organizzato in modo da distinguere le diverse componenti della comunità monastica. Il coro dei monaci, collocato nella navata principale, era separato dallo spazio riservato ai conversi, cioè i membri della comunità religiosa maggiormente impegnati nelle attività manuali e produttive.
Una balaustra delimitava gli ambienti e sosteneva un pulpito destinato alle letture liturgiche. Erano inoltre presenti sedute riservate ai religiosi infermi.
Questa distribuzione degli spazi rispecchiava l’organizzazione della vita quotidiana nei monasteri cistercensi medievali.
Le cappelle e gli altari dell’Abbazia di Paulis
La chiesa comprendeva diverse aree destinate al culto, alcune delle quali associate alle comunità dei centri abitati vicini. Secondo la tradizione religiosa locale, le cappelle situate ai lati dell’altare maggiore erano dedicate rispettivamente a San Bernardo di Chiaravalle e al Salvatore.
La cappella di San Bernardo era particolarmente legata alla comunità di Usini, mentre quella del Salvatore era associata agli abitanti di Ittiri.
Sull’altare maggiore era collocata la statua della Madonna di Paulis, oggetto di una devozione particolarmente sentita dalla popolazione di Uri. Questa articolazione del culto testimonia il ruolo dell’abbazia come punto di riferimento religioso per diverse comunità del territorio.

Il monastero, il chiostro e la vita dei monaci cistercensi
Accanto alla chiesa si sviluppava il complesso monastico, del quale sono ancora riconoscibili alcune strutture murarie e tracce delle fondazioni. Tra gli elementi più significativi figurano i resti del chiostro, il cortile interno circondato da porticati che rappresentava uno degli spazi centrali della vita monastica.
Intorno al chiostro si distribuivano gli ambienti destinati alla preghiera, al riposo, alla vita comunitaria e alle attività quotidiane.
Una particolarità dell’Abbazia di Paulis era la disposizione del monastero verso settentrione, soluzione meno comune rispetto all’orientamento meridionale frequentemente adottato per sfruttare meglio la luce solare. La comunità seguiva i principi della tradizione benedettina, interpretati attraverso la riforma cistercense, che attribuiva grande importanza alla preghiera, al lavoro e alla semplicità della vita religiosa.
La donazioni ai monaci del giudice Comita II
Nel medioevo, in Sardegna, i sovrani giudicali donavano spesso agli ordini monastici terre, risorse economiche e privilegi. Il giudice Comita II di Torres, appartenente alla dinastia dei Lacon-Gunale, fu lui che promosse l’insediamento dei monaci cistercensi a Ittiri. Provenienti dall’ambiente monastico di Clairvaux, conosciuto in italiano come Chiaravalle.
L’obiettivo del giudice era, non solo religioso, ma avere un’opportunità, con poche spese, di favorire la bonifica delle paludi e lo sviluppo delle attività pastorali e agricole nei suoi territori. Al monastero furono donati, oltre a vari ettari di terreno, anche bestiame, materiali da costruzione, denaro e anche imbarcazioni per la pesca.
I monaci, in cambio, avevano il compito di bonificare l’area e renderla fruibile e vivibile.

L’abbandono
Convento e chiesa furono abbandonati nel 1420 e pian piano tutte le murature persero struttura fino a diventare veri e propri ruderi, e già nel 1800 l’abbazia perse totale funzionalità.
La presenza monastica nell’Abbazia di Paulis si protrasse per diversi secoli, fino al progressivo declino dell’insediamento nel tardo Medioevo. Secondo alcune ricostruzioni locali, l’abbandono sarebbe stato segnato dalle trasformazioni politiche e territoriali conseguenti all’espansione catalano-aragonese in Sardegna.
Con la cessazione della vita monastica, gli edifici andarono incontro a un graduale deterioramento.
La chiesa continuò tuttavia a mantenere una funzione religiosa, inizialmente come riferimento parrocchiale della comunità di Paulis e successivamente come chiesa campestre collegata alla parrocchia di Uri, secondo la tradizione a partire dal XVI secolo.


I crolli e le leggende sui cercatori di tesori
Nel corso dei secoli, il complesso subì numerosi danneggiamenti e crolli. La tradizione popolare attribuisce parte delle distruzioni anche all’azione di cercatori di tesori, che avrebbero demolito porzioni delle strutture nella speranza di trovare oggetti preziosi nascosti tra le murature.
Alcuni racconti riferiscono persino di incidenti mortali provocati dal cedimento delle costruzioni durante queste ricerche. Si tratta di episodi tramandati dalla memoria locale, per i quali sarebbe necessario individuare specifiche conferme documentali.
Tra gli ultimi importanti cedimenti storicamente ricordati nelle testimonianze locali figura quello avvenuto intorno al 1900.
Oggi, dell’abbazia di Nostra Signora di Paulis rimane una parte del muro delle cappelle e del transetto, sei arcate della navata centrale, il muro perimetrale della navata di destra, alcune parti del chiostro e del convento.
Chiostro = dal latino claustrum, che significa «luogo chiuso» o «recinto»è un cortile interno all’abbazia o del monastero, generalmente circondato da portici con colonne e archi, tipico di monasteri e abbazie.
Piero Cao, il Padre Biancu e la difesa dell’Abbazia di Paulis
Una figura particolarmente legata alla memoria dell’Abbazia di Paulis è quella di Piero Cao, ricordato come studioso, eremita e appassionato difensore del monumento.
Conosciuto con il soprannome di Padre Biancu, ossia «Padre Bianco», era solito indossare un abito simile a quello dei monaci cistercensi, pur non appartenendo formalmente all’ordine. Secondo le testimonianze locali, Cao trascorse un lungo periodo presso il complesso abbaziale, dedicandosi alla sua tutela e a interventi di recupero.
A lui vengono attribuite anche due raffigurazioni conservate nell’area dell’abside, dedicate a San Bernardo di Chiaravalle e a Gonario di Torres, il giudice sardo che abbandonò il potere per intraprendere la vita religiosa.
La tradizione racconta inoltre che Piero Cao morì tragicamente, assassinato e gettato in un pozzo del monastero. Anche questo episodio richiede un riscontro attraverso fonti storiche attendibili.
- Guarda anche: Giornate del Romanico su SardegnaTurismo
I restauri e il recupero dell’Abbazia di Paulis
Nel corso del tempo l’Abbazia di Paulis è stata interessata da diversi interventi di restauro e consolidamento, finalizzati alla conservazione delle strutture superstiti. Le operazioni di recupero descritte nelle testimonianze disponibili hanno permesso di riportare alla luce importanti elementi architettonici, tra cui i basamenti di alcune colonne e porzioni dell’antica pavimentazione in trachite.
Quest’ultima risultava sepolta sotto uno spesso deposito di terra e detriti, che in alcuni punti raggiungeva circa 80 centimetri. Gli interventi hanno inoltre consentito di individuare tracce degli ambienti monastici, degli antichi accessi e delle strutture di fondazione. Particolare attenzione è stata dedicata al consolidamento del coro, del transetto e di alcune murature laterali.
Una porzione del transetto è stata recuperata e adattata a cappella autonoma, permettendo la prosecuzione delle funzioni religiose all’interno del complesso storico.
La festa della Madonna di Paulis e la tradizione religiosa
Nonostante la scomparsa della comunità monastica medievale, l’Abbazia di Paulis continua a rappresentare un importante luogo di devozione popolare. La ricorrenza principale è la festa di Nostra Signora di Paulis, tradizionalmente celebrata il martedì successivo alla Pentecoste.
La celebrazione mantiene vivo il legame tra il santuario campestre e le comunità del territorio, in particolare quella di Uri. La festa costituisce una testimonianza della continuità delle tradizioni religiose locali, sopravvissute alle trasformazioni storiche e al progressivo deterioramento dell’antico monastero.
L’Abbazia di Paulis: un patrimonio storico della Sardegna medievale
L’Abbazia di Nostra Signora di Paulis rappresenta un’importante testimonianza dell’influenza esercitata dagli ordini monastici europei sulla storia della Sardegna. La sua fondazione nel territorio del Giudicato di Torres, l’attività di bonifica dei monaci cistercensi, le caratteristiche dell’architettura romanica e il rapporto con le comunità locali rendono il complesso un luogo di particolare interesse storico, archeologico e culturale.
Le rovine della chiesa e del monastero conservano ancora oggi le tracce di una stagione in cui gli insediamenti religiosi contribuirono profondamente all’organizzazione economica e territoriale dell’isola.
Il significato storico
Nel Medioevo le abbazie non erano soltanto centri religiosi, ma anche importanti istituzioni economiche, culturali e sociali. Attraverso la coltivazione delle terre, la conservazione dei manoscritti e la trasmissione del sapere, contribuirono allo sviluppo di numerosi territori europei. Un esempio significativo in Sardegna è appunto l’abbazia di Nostra Signora di Paulis, nel territorio di Ittiri, legata all’ordine cistercense.
Il significato originario della parola abbazia richiama dunque il concetto di paternità spirituale e di comunità religiosa guidata da un abate, prima ancora di identificare l’edificio monumentale che oggi associamo a questo termine.









