Tutto lascia pensare che l’attuale fase di instabilità in Medio Oriente non sia casuale. Le tensioni crescenti attorno all’Iran, le proteste interne amplificate mediaticamente e il rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione sembrano convergere verso un obiettivo preciso: preparare il terreno a un possibile attacco o a un cambio di regime. Una strategia già vista, che utilizza il malcontento interno come leva per ridefinire gli equilibri geopolitici e, soprattutto, per accedere alle risorse economiche di Paesi sovrani.

Il copione già scritto: destabilizzare per intervenire
Negli ultimi decenni, la politica estera degli Stati Uniti ha seguito uno schema ricorrente: individuare un’area strategica ricca di risorse, favorire o sostenere dinamiche di destabilizzazione interna e intervenire – direttamente o indirettamente – per ridefinire il potere politico locale. Dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria, il risultato è spesso stato lo stesso: Stati indeboliti, società frammentate e risorse energetiche finite sotto il controllo di interessi esterni.
L’Iran rappresenta un tassello chiave di questo mosaico. Non solo per la sua posizione strategica, ma per l’enorme patrimonio di petrolio e gas naturale che lo rende uno dei Paesi energeticamente più rilevanti al mondo.
Il ruolo delle rivoluzioni “guidate”
Il riferimento a un “moto rivoluzionario locale” non implica negare l’esistenza di reali tensioni sociali interne. Al contrario: povertà, sanzioni, repressione e disuguaglianze sono elementi concreti. Tuttavia, la storia recente insegna che questi movimenti vengono spesso strumentalizzati da potenze straniere per fini che nulla hanno a che vedere con la libertà o i diritti umani.
Nel caso dell’Iran, l’ipotesi è che un’eventuale sollevazione interna possa fungere da pretesto politico e mediatico per un’azione più ampia: sanzioni rafforzate, isolamento totale o intervento militare “giustificato” dalla necessità di esportare democrazia.
Risorse economiche e interessi globali
Dietro la retorica dei valori occidentali si muove un interesse ben più concreto: il controllo delle risorse. L’Iran possiede alcune delle più grandi riserve di idrocarburi del pianeta e rappresenta un nodo cruciale per i corridoi energetici tra Asia, Medio Oriente ed Europa. Mettere le mani su queste risorse significa influenzare i mercati globali, contenere rivali strategici come Cina e Russia e riaffermare un’egemonia economica in crisi.
Geopolitica del XXI secolo: guerra o pressione permanente
L’attacco militare diretto non è più l’unica opzione. Oggi la guerra assume forme ibride: sanzioni economiche, cyber-attacchi, propaganda, sostegno selettivo a movimenti interni. Tutti strumenti che possono piegare uno Stato senza dichiarare formalmente guerra, ma con effetti devastanti sulla popolazione civile.
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Non è un episodio isolato
La possibile escalation contro l’Iran non va letta come un episodio isolato, ma come parte di una strategia globale già sperimentata. Ancora una volta, il rischio è che un Paese venga sacrificato sull’altare degli interessi economici e geopolitici delle grandi potenze. E ancora una volta, a pagare il prezzo più alto sarebbero i cittadini, stretti tra repressione interna e ingerenze esterne.
















