In Sardegna abbiamo vissuto giorni di vento e pioggia forti durante la tempesta Herry (18 – 21 gennaio 2026), ma senza conseguenze. Case, strade, servizi e uno Stato che tutela i cittadini fanno la differenza. A Gaza, invece, migliaia di persone affrontano lo stesso freddo e la stessa pioggia vivendo in tende, tra le macerie dei bombardamenti. Senza case, senza protezione, senza futuro. Il confronto è impressionante: non è il maltempo a fare la tragedia, ma l’assenza di diritti, di sicurezza e di uno Stato che difenda la vita delle persone. La geopolitica decide chi può chiudere una porta e chi è costretto a restare sotto l’acqua e a morire di freddo e di fame.
Nuraghe Urasala:
torre nuragica in basalto sulle rive del Lago Omodeo

Quando il maltempo non è il vero problema
Il vento e la pioggia non sono, di per sé, una tragedia. Diventano tali quando colpiscono persone prive di una casa, di servizi essenziali e di una struttura statale in grado di proteggerle.
In Sardegna il maltempo è un evento da gestire. A Gaza è una condanna. La differenza non sta nel cielo, ma nelle condizioni materiali e politiche in cui le persone sono costrette a vivere.
Vivere tra le macerie: l’emergenza quotidiana di Gaza
A Gaza, intere famiglie sopravvivono in tendopoli improvvisate, spesso costruite tra i ruderi delle abitazioni distrutte. L’inverno rende tutto più difficile: il freddo penetra nelle tende, la pioggia allaga i terreni, il vento strappa le coperture.
Non si tratta di un’emergenza temporanea, ma di una condizione strutturale imposta da anni di conflitto, assedio e instabilità geopolitica. Qui il meteo non è un incidente, ma un moltiplicatore di sofferenza.
Avere una casa significa avere uno Stato
Il confronto con la Sardegna rende evidente un dato spesso sottovalutato: avere una casa significa avere uno Stato alle spalle. Significa diritti, protezione civile, servizi, istituzioni che funzionano e che intervengono.
Dove queste condizioni esistono, il maltempo resta un problema gestibile. Dove mancano, la pioggia e il freddo diventano strumenti di esclusione e disumanizzazione.
La geopolitica che decide chi può ripararsi
La situazione di Gaza non è il frutto del caso o della natura, ma di scelte politiche e rapporti di forza internazionali. È la geopolitica a stabilire chi può chiudere una porta durante una tempesta e chi è costretto a restare sotto l’acqua.
Questo paragone mette a nudo una verità scomoda: le catastrofi non sono sempre naturali. Spesso sono politiche.
- Guarda anche: Gaza: i bambini muoiono per il freddo e il crollo delle macerie dei palazzi, SaveTheChildren
Una riflessione che riguarda tutti
Osservare Gaza sotto la pioggia mentre in Sardegna il maltempo passa senza lasciare ferite dovrebbe spingerci a una riflessione più ampia sul significato di sicurezza, protezione e dignità umana.
Non si tratta di confrontare sofferenze, ma di comprendere quanto i diritti, lo Stato e la pace incidano sulla possibilità stessa di vivere una vita normale, anche di fronte a una semplice giornata di pioggia.





























