Dopo la tragedia di Maddalena Carta, il comune di Dorgali si trova ad affrontare una grave criticità sanitaria: l’assenza prolungata di un medico di base stabile. A distanza di quasi cinque mesi dalla sua scomparsa, la situazione non ha ancora trovato una soluzione definitiva, lasciando centinaia di cittadini in una condizione di incertezza e disagio. Il ricorso ai medici ASCOT, pensato come risposta temporanea all’emergenza, rischia così di trasformarsi in una prassi ordinaria, sollevando interrogativi profondi sul futuro della sanità territoriale e sul diritto alla salute nelle comunità locali della Sardegna.
Il caso di Dorgali non è isolato, ma rappresenta un esempio emblematico delle difficoltà strutturali che la sanità pubblica italiana, e sarda in particolare, affronta da anni.
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Cinque mesi senza un medico di base stabile
La medicina di base rappresenta il primo presidio sanitario per i cittadini: prevenzione, continuità assistenziale, monitoraggio delle patologie e orientamento nel sistema sanitario. L’assenza prolungata di un medico di famiglia non è quindi un semplice disagio organizzativo, ma una vera e propria emergenza sociale.
In questi mesi, a Dorgali, la copertura è stata garantita attraverso i medici ASCOT, una soluzione pensata come temporanea e straordinaria. Tuttavia, il protrarsi della situazione solleva una domanda inevitabile:
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ASCOT: da soluzione straordinaria a rischio sistema ordinario
Il ricorso ai medici ASCOT nasce per tamponare carenze improvvise e garantire una continuità minima del servizio. Quando però l’assenza di un medico titolare si protrae per mesi, il rischio è quello di trasformare un intervento emergenziale in una condizione strutturale, con evidenti limiti:
discontinuità nel rapporto medico-paziente
difficoltà nella gestione delle cartelle cliniche
ridotta presa in carico delle patologie croniche
aumento del ricorso improprio a pronto soccorso e specialistica
Una situazione che incide direttamente sulla qualità dell’assistenza e sul diritto alla salute.
Il ruolo delle istituzioni locali e il bisogno di chiarezza
Di fronte a una criticità che dura da mesi, i cittadini chiedono risposte chiare. È legittimo domandarsi se esistano prospettive concrete per l’assegnazione di un nuovo medico di base stabile a Dorgali o se, al contrario, si debba prendere atto di un progressivo ridimensionamento della medicina territoriale.
La trasparenza istituzionale diventa fondamentale: informare la comunità sulle reali possibilità, sui tempi e sui limiti del sistema è un dovere politico e amministrativo.
Olbia e il nord-est della Sardegna: un sistema sotto pressione
Il problema non riguarda solo i piccoli centri. Olbia, Nuoro, Cagliari, Sassari, Oristano, Alghero e tutti gli ospedali minori di territorio, con popolazioni di spesso superiori ai 60.000 abitanti, centri urbani e poli economici, logistici spesso anche assai dinamici, strategici e di riferimento subiscono la pressione crescente sul sistema.
Quando anche i centri maggiori faticano a garantire servizi adeguati, le aree interne e i comuni più piccoli pagano un prezzo ancora più alto.
Una crisi che affonda le radici negli ultimi trent’anni
La situazione attuale non nasce per caso. Da oltre trent’anni la sanità pubblica italiana è stata progressivamente indebolita da scelte politiche che hanno ridotto investimenti, personale e programmazione territoriale. Il risultato è un sistema che fatica a garantire:
medici di base sufficienti
ricambio generazionale
condizioni di lavoro attrattive
servizi di prossimità efficienti
In questo contesto, il ricorso al privato cresce, mentre il pubblico si impoverisce, ampliando le disuguaglianze territoriali e sociali.
Sanità pubblica e diritti: il caso Dorgali come campanello d’allarme
Il caso di Dorgali è un campanello d’allarme che va oltre i confini comunali. Parla di sanità pubblica, di diritti fondamentali, di uguaglianza nell’accesso alle cure. Accettare che intere comunità restino per mesi senza un medico di base significa normalizzare una progressiva rinuncia a un servizio essenziale.
Informare, discutere e chiedere risposte non è polemica, ma partecipazione democratica. Ed è il primo passo per evitare che l’emergenza diventi sistema.






























