L’appiattimento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulle posizioni di Donald Trump non è soltanto una scelta politica contingente, ma il riflesso di una realtà geopolitica strutturale: l’Italia è un Paese con margini di autonomia molto limitati nello scacchiere internazionale, in particolare nel rapporto con gli Stati Uniti.
Nel dibattito pubblico, questo allineamento viene spesso letto come una scelta ideologica o come una strategia personale di Meloni per rafforzare il proprio posizionamento internazionale. In realtà, la questione è più profonda e riguarda il ruolo dell’Italia all’interno dell’architettura politico-militare occidentale. Un ruolo che, al di là dei governi e dei colori politici, resta sostanzialmente subordinato.
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Italia e Stati Uniti: un rapporto asimmetrico
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la politica estera italiana si muove entro confini ben definiti: adesione alla NATO, presenza di basi militari statunitensi sul territorio nazionale, dipendenza strategica in ambito militare ed energetico. In questo contesto, l’autonomia decisionale è più formale che reale.
L’allineamento alle posizioni statunitensi – oggi incarnate nuovamente dalla figura di Trump – non è una prerogativa esclusiva del governo Meloni. È una costante che ha attraversato governi di destra e di sinistra, spesso senza grandi differenze di sostanza.
E l’opposizione avrebbe potuto fare diversamente?
Uno degli aspetti più ipocriti del dibattito politico italiano è la rappresentazione di un’alternativa netta che, nei fatti, difficilmente esiste. Anche un governo di segno opposto si sarebbe trovato a fare i conti con gli stessi vincoli geopolitici, economici e militari.
La vera questione, quindi, non è tanto l’allineamento in sé, quanto l’assenza di un dibattito serio sulla sovranità reale del Paese e sui limiti strutturali della politica estera italiana. Senza una riflessione su questi nodi, ogni critica rischia di restare superficiale e strumentale.
Un problema strutturale, non personale
Il rapporto tra Meloni e Trump diventa così il simbolo di una condizione più ampia: l’Italia non è un attore geopolitico autonomo, ma un Paese che si muove all’interno di equilibri decisi altrove. Continuare a personalizzare il problema significa evitare il confronto con questa realtà.
Finché non si affronterà apertamente il tema della subordinazione geopolitica, ogni cambio di governo rischierà di produrre più continuità che discontinuità.
























