Abusi, licenziato Manca dopo 45 anni. Basta preti coi minori, non sono educatori.
Una frase forte, che sintetizza una vicenda dolorosa e solleva interrogativi profondi sul rapporto tra Chiesa, giustizia e tutela dei più vulnerabili.
Nel 2026, a distanza di oltre quattro decenni dai fatti avvenuti negli anni ’80, l’arcidiocesi della Sardegna ha revocato la mansione sacerdotale a don Manca dopo il riconoscimento degli abusi ai danni di un giovane seminarista. Un ritardo enorme che riapre il dibattito sulla lentezza della giustizia ecclesiastica, sulla gestione interna dei casi di abuso e sull’opportunità che figure non formate come educatori professionali continuino ad avere contatti strutturati con minori e giovani. Parlare di questi temi non significa attaccare la fede, ma affermare un principio fondamentale: la tutela dei minori deve venire prima di ogni istituzione.
La Seconda Guerra Mondiale in Sardegna: i fatti principali

Nel 2026 l’arcidiocesi della Sardegna ha revocato la mansione sacerdotale a don Manca, dopo il riconoscimento degli abusi commessi negli anni ’80 ai danni di un giovane seminarista. Una decisione grave e necessaria, che arriva però a distanza di decenni dai fatti e di molti anni dalla segnalazione della vittima.
Un ritardo che solleva interrogativi profondi sulla capacità della Chiesa di affrontare in modo tempestivo, trasparente ed efficace la questione degli abusi sessuali al proprio interno.
Una decisione tardiva che interroga le istituzioni religiose
Il tempo che separa i fatti dalla decisione finale rappresenta uno degli aspetti più critici della vicenda. Non si tratta solo di un problema giudiziario interno, ma di una questione etica e istituzionale: la lentezza della giustizia ecclesiastica rischia di trasformarsi in una forma di protezione indiretta degli autori degli abusi.
Nel frattempo, la persona riconosciuta responsabile ha potuto continuare a esercitare un ruolo di guida spirituale, mantenendo relazioni con comunità e giovani. Una circostanza che impone una riflessione seria sulla gestione dei casi di abuso e sulle priorità reali poste dalle istituzioni religiose.
Abusi e continuità del ruolo: un nodo irrisolto
Uno degli elementi più problematici è proprio la continuità dell’incarico pastorale nonostante la segnalazione degli abusi. Consentire a figure riconosciute responsabili di violenze di rimanere in contatto con giovani e minori espone le comunità a rischi gravi e mina la fiducia nei confronti delle istituzioni.
La tutela dei minori dovrebbe rappresentare una linea invalicabile, capace di prevalere su ogni forma di corporativismo, silenzio o gestione interna opaca.
Educazione o indottrinamento? Una riflessione necessaria
Il caso solleva anche una questione più ampia: l’idoneità di figure religiose, non formate come educatori professionali, ad avere rapporti strutturati e continuativi con minori e giovani.
Il ruolo sacerdotale non coincide con quello educativo in senso pedagogico. In molti contesti, l’attività svolta rientra più nell’ambito dell’indottrinamento religioso che in quello dell’educazione critica, relazionale ed emotiva, oggi riconosciuta come essenziale per la crescita sana delle persone.
Repressione della sessualità e dinamiche patologiche
Un ulteriore piano di riflessione riguarda il rapporto con la sessualità imposto da una visione fondata sulla repressione per scelta dottrinale e vocazionale. Un modello che, in alcuni casi, può favorire dinamiche patologiche e sfoghi non sani, soprattutto quando si accompagna a posizioni di potere, autorità morale e asimmetria relazionale.
Affrontare questo nodo non significa criminalizzare la fede, ma interrogarsi sulle conseguenze concrete di certi modelli antropologici e culturali, soprattutto quando entrano in contatto con soggetti vulnerabili.
Difendere le vittime, non attaccare la fede
Parlare di abusi nella Chiesa non equivale ad attaccare la fede religiosa o i credenti. Significa, al contrario, difendere le vittime, affermare il principio di responsabilità e ribadire che nessuna istituzione può sottrarsi al dovere di proteggere i più deboli.
La credibilità morale passa dalla capacità di riconoscere gli errori, intervenire tempestivamente e mettere al centro la tutela delle persone, non la difesa dell’istituzione.
Una questione che riguarda tutta la società
Il caso don Manca non è solo una vicenda interna alla Chiesa, ma un tema che riguarda l’intera società: il rapporto tra potere e responsabilità, tra educazione e autorità, tra silenzio e giustizia.
Affrontare questi temi in modo aperto e laico è un atto di responsabilità civile, necessario per evitare che ritardi, omissioni e ambiguità continuino a produrre sofferenza.






























