Il fatto che Donald Trump non abbia ancora dato il via a un’azione militare diretta contro l’Iran non va interpretato come un gesto di moderazione o come una concessione politica al regime di Teheran. Il ritardo è legato a una scelta strategica precisa: il riposizionamento di una portaerei statunitense nel Medio Oriente, passaggio chiave prima di qualsiasi operazione militare su larga scala.
Non si tratta quindi di un “perdono” nei confronti della leadership iraniana, né tantomeno di un cambiamento di giudizio su Ali Khamenei o sulla repressione interna del regime. La dinamica è esclusivamente militare e geopolitica.
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Una mossa temporanea, non una svolta diplomatica
La sospensione dell’attacco non indica una volontà di de-escalation duratura. Al contrario, segnala una fase di preparazione operativa. Lo spostamento di una portaerei significa proiezione di potenza, capacità di attacco aereo e controllo marittimo: elementi fondamentali per qualsiasi intervento diretto o indiretto nella regione.
In questo quadro, parlare di “distensione” o di apertura al dialogo rischia di essere fuorviante. La storia recente dimostra che, quando gli Stati Uniti rinviano un’azione militare in contesti simili, spesso lo fanno per rafforzare il proprio posizionamento sul campo.
Iran, rivoluzione e retorica democratica
Un altro elemento centrale riguarda la narrazione dell’intervento. L’eventuale azione contro l’Iran difficilmente avrebbe come obiettivo reale il ripristino della democrazia o il sostegno genuino alle proteste interne.
La “rivoluzione” viene spesso utilizzata come leva narrativa per giustificare un ingresso militare o politico nel Paese. Tuttavia, l’esperienza di altri scenari mediorientali mostra come questi interventi finiscano per produrre instabilità prolungata, senza reali benefici per le popolazioni locali.
Il vero nodo: controllo delle risorse
Il punto centrale resta il controllo delle risorse energetiche. L’Iran è uno dei Paesi chiave per il mercato globale del petrolio e del gas, e il suo posizionamento strategico lo rende un obiettivo di enorme rilevanza geopolitica.
Un intervento militare, diretto o mascherato da sostegno alla rivolta interna, risponderebbe prima di tutto a interessi economici e strategici, non a finalità democratiche. La retorica dei diritti umani diventa così uno strumento funzionale all’ingresso nel Paese e al controllo delle sue risorse.
Geopolitica senza illusioni
Interpretare il rinvio dell’attacco come un segnale di pace significa non comprendere la logica della potenza militare. In geopolitica, il tempo non è neutralità: è preparazione.
























