La “fame di soldi dopo Harry” descrive il rischio che, dopo la tempesta, l’attenzione si sposti più sui fondi da incassare che sulle cause reali dei danni. Tra richieste di risarcimento, ricostruzioni rapide e pressioni per nuove autorizzazioni edilizie, il pericolo è trasformare l’emergenza in un’occasione di guadagno per pochi. Un approccio miope che ignora come speculazione, corruzione e consumo eccessivo di suolo abbiano amplificato gli effetti del maltempo. Affrontare la fame di soldi dopo Harry significa invece legare ogni aiuto pubblico a legalità, trasparenza e tutela del territorio, per evitare che la prossima tempesta presenti un conto ancora più pesante.
- Guarda anche: Tempesta Harry: Gaza sotto la pioggia, la Sardegna al riparo. Quando il meteo diventa una questione di diritti
Cala Moresca: tra mare smeraldo,
archeologia industriale e storia della radio a Golfo Aranci

Consumo di suolo e danni: un legame diretto
Quando il territorio viene coperto di cemento e asfalto, l’acqua non riesce più a infiltrarsi nel terreno. Piogge intense che un tempo sarebbero state assorbite oggi scorrono in superficie, trasformandosi in allagamenti, frane e smottamenti.
Il consumo patologico di suolo aumenta quindi il rischio idrogeologico e moltiplica i danni economici. In questo contesto, risarcire senza distinguere tra chi ha costruito nel rispetto delle regole e chi ha speculato significa socializzare i costi degli errori di pochi.
Risarcimenti sì, ma legati alla legalità
I fondi pubblici devono aiutare le vittime, non diventare un incentivo indiretto alla speculazione edilizia. Questo significa:
priorità agli immobili regolari e costruiti in sicurezza
controlli rigorosi su abusi e sanatorie facili
esclusione dai benefici per chi ha edificato in aree a rischio ignorando i vincoli
In parallelo serve combattere la corruzione che spesso accompagna le grandi operazioni edilizie, alterando piani regolatori e autorizzazioni.
Ricostruire meglio, non solo ricostruire
La tempesta Harry può diventare uno spartiacque. I risarcimenti non dovrebbero limitarsi a riparare i danni, ma favorire interventi di messa in sicurezza, rinaturalizzazione delle aree critiche e riduzione del cemento dove possibile.
Investire in prevenzione costa meno che pagare ogni volta il conto delle emergenze. Pianificazione, trasparenza e rispetto del territorio sono le vere assicurazioni contro le prossime tempeste.
Solo così i risarcimenti diventeranno uno strumento di giustizia e non l’ennesimo capitolo di una lunga storia di sprechi e speculazioni.













