Il ceramista dorgalese Gaetano Chisu ha chiuso il suo laboratorio a Dorgali nel 2005, dopo oltre quarant’anni di attività artigianale. Le celebri testine bronzate di Gaetano Chisu, hanno rappresentato per decenni il cuore della ceramica artistica locale e un simbolo dell’artigianato sardo.
Oggi gli esemplari originali sono rari e molto ricercati da collezionisti, mentre sul mercato circolano soprattutto imitazioni, ispirate all’idea originaria del suo maestro, Simone “Mione” Pira.
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Tratti salienti
Testine bronzate di Dorgali
🎨 Origine e autore
Diffuse dal ceramista dorgalese Gaetano Chisu, nate da un’idea del maestro Simone “Mione” Pira.
Iconografia
Volto femminile avvolto nel fazzoletto del costume orgolese; lineamenti via via più realistici.
Le testine bronzate di Gaetano Chisu
Il ceramista dorgalese Gaetano Chisu è stato l’artigiano che ha fatto conoscere le celebri testine bronzate, invenzione del suo maestro Simone Pira. Le statuine riproducono il volto di una donna avvolto nel fazzoletto del costume tradizionale di Orgosolo.
Gli ultimi 4.500 pezzi originali furono prodotti nel 2011. Da allora, la ceramica dorgalese ha perso la sua icona più riconoscibile: quella magica statuina che nessun apprendista ha voluto continuare a realizzare. Oggi le testine bronzate che circolano in commercio sono spesso imitazioni, distinguibili solo da occhi esperti. Copie che sfruttano l’idea di Chisu per conquistare nuove fette di mercato.
Brevetti mancati e imitazioni nell’artigianato sardo
Come accaduto a molti artigiani sardi, neppure Simone Pira brevettò la sua creazione. L’assenza di tutela legale favorì lo “scippo” dell’idea da parte di altri laboratori: a Elmas, Nuoro e nel Sassarese diversi artigiani iniziarono a riprodurre la testina bronzata.
Secondo Chisu, il mancato ricorso ai brevetti deriva anche da un atteggiamento culturale: «…e chi ci pensava allora a brevettare. Io non avevo tempo per queste cose e poi, mica sono opere d’arte». Eppure lo erano. Oggi le testine originali sono ricercate da collezionisti e appassionati, entrate ormai nell’immaginario collettivo ben oltre i confini della Sardegna.
Dorgali, una scuola di maestri ceramisti
Chisu iniziò il suo apprendistato nel 1962 nei laboratori di Simone “Mione” Pira e Nino Marongiu, eredi della tradizione di Ciriaco Piras, Paolo Loddo e Antonio Lovico. Questa scuola derivava a sua volta dall’insegnamento di Francesco Ciusa, che introdusse nelle ceramiche dorgalesi la rifinitura a freddo con colori a tempera o patine bronzee.
L’invenzione delle testine bronzate
Dopo cinque anni di apprendistato, Chisu decise di lavorare in autonomia. Cercava un soggetto nuovo, diverso dai suoi maestri. Nacquero così, a metà degli anni ’60, le testine bronzate.
I primi modelli erano più semplici, con un solo fazzoletto. In seguito l’artigiano aggiunse un secondo velo fissato con un bottone e rese i lineamenti più realistici. La statuina definitiva rimase invariata per oltre trent’anni, diventando simbolo della ceramica artistica di Dorgali.
L’argilla: da Iloghe a Montelupo Fiorentino
Inizialmente gli artigiani utilizzavano l’argilla estratta nelle cave locali di Iloghe, ma la qualità era scadente: sabbia e quarzo costringevano a una lunga lavorazione manuale.
Dal 1960 Chisu e gli altri ceramisti iniziarono a importare argilla da Montelupo Fiorentino, più pura e facile da modellare, ancora oggi punto di riferimento per la produzione ceramica italiana.
La rivoluzione dei forni elettrici
Un’altra svolta riguardò la cottura della ceramica. Se in passato i manufatti venivano cotti sulla brace, con risultati irregolari, dagli anni ’60 si passò ai forni elettrici. Questi permettono una temperatura costante di circa 780 gradi per un’intera giornata, garantendo una cottura omogenea e una maggiore qualità del prodotto finito.
Dai bronzetti sardi alle testine bronzate
Il colore verde delle testine non fu casuale. Chisu lo scelse per richiamare i bronzetti nuragici, creando una continuità simbolica con la storia millenaria della Sardegna. Questa scelta si rivelò vincente: le statuine non solo divennero popolari, ma entrarono a pieno titolo nella tradizione artistica isolana.
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