Il muretto a secco in Sardegna è uno dei simboli più antichi e rappresentativi del paesaggio rurale isolano. Realizzato senza malta, solo con la sapiente disposizione delle pietre, ha accompagnato per secoli la vita agropastorale dell’isola: delimitava i campi, proteggeva i raccolti, regolava l’acqua e offriva riparo. Questa tecnica costruttiva millenaria, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità nel 2018, non è soltanto un elemento funzionale ma anche un’eredità culturale che racconta la storia, l’ingegno e l’identità della Sardegna.
- LEGGI ANCHE: GAETANO CIMA
- LEGGI ANCHE: I LADIRI, I MATTONI IN ARGILLA DI SERRAMANNA

Il primo manufatto realizzato dall’uomo
Il muretto a secco è considerato il primo manufatto realizzato dall’uomo per adattare l’ambiente alle proprie esigenze. Sin dall’antichità ha avuto funzioni fondamentali: offrire riparo dalle intemperie, difendere da animali o minacce esterne, delimitare confini e sostenere altre strutture più complesse.
Ancora oggi questa tecnica è riconosciuta come uno degli esempi più antichi e ingegnosi di architettura rurale. Nel 2018 l’UNESCO ha inserito l’arte del muretto a secco nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
La tecnica costruttiva del muro a secco in Sardegna
La costruzione di un muro a secco richiede competenza e sapienza artigianale:
-
scelta accurata delle pietre,
-
posizionamento in equilibrio,
-
incastri naturali che resistono alla gravità e alle intemperie.
Il materiale principale è la pietra, utilizzata in due varianti: lavorata o grezza. Proprio la mancanza di malta è ciò che rende il muro a secco tanto resistente quanto affascinante.
Un sistema naturale di irrigazione
In Sardegna, il muro a secco ha assunto un ruolo determinante soprattutto dopo il 1823, con l’Editto delle Chiudende, che impose nuove delimitazioni delle terre. Queste strutture hanno modificato il paesaggio rurale, influenzando perfino la vegetazione.
Il geologo Camillo Reina (1928-1975) dimostrò che i muretti a secco contribuiscono a trattenere l’umidità del terreno: le pietre rallentano l’evaporazione e rilasciano acqua alle radici, creando così microzone di maggiore fertilità.
Il valore culturale del muretto a secco in Sardegna
Oggi il muretto a secco in Sardegna è riconosciuto non solo come simbolo della civiltà agropastorale, ma anche come parte integrante dell’identità culturale isolana. Dalla sua funzione pratica alla memoria storica, rappresenta un patrimonio che unisce natura, tradizione e storia sociale.
Base logistica per i rapimenti
Il muretto a secco non è stato solo un elemento agricolo o paesaggistico, ma anche un protagonista delle pagine più oscure della storia criminale sarda. Durante le stagioni dei rapimenti in Sardegna, soprattutto tra gli anni ’60 e i primi anni 2000, queste strutture offrirono rifugio e appoggio logistico alle bande di sequestratori.
Il legame tra banditismo sardo e mondo agropastorale si confermò in numerosi casi: dal rapimento del giovane Farouk Kassam a quello del cantautore Fabrizio De André, fino alle azioni delle cosiddette Anonime (sarda, gallurese, “superanonima”).
Oggi, sebbene i sequestri a scopo di estorsione siano scomparsi dalla criminalità locale, il muretto a secco resta talvolta utilizzato come riparo negli agguati o nei regolamenti di conti legati a faide intergenerazionali.

